Patrizia Bovi canto
Simone Sorini canto
Mauro Borgioni canto
Federico Marincola chitarra a 4 cori, liuto
Nicolas Sansarlat lira da braccio
Goffredo Degli Esposti cialamello, surdellina, flauto col tamburo
Luigi Germini trombone
Gabriele Miracle tamburello, tammorra, tamburo
Isacco Colombo bombarda, cialamello
PROLOGO
VILLANELLE AMOROSE E A DOPPIO SENSO
III MORESCHE, TURCHERIE E VILLANELLE ONOMATOPEICHE METAMORFOSI IN ANIMALI
b) PIANTE E GIARDINI, MEDICAMENTI ERBACEI, UCCELLI E ALTRI ANIMALI
INTERMEZZO
LAMENTO DEL PRINCEPE SANSEVERINO E DONNA ISABELLA
FINALE (Danza conclusiva )
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Premio Discografico Diapason d'Or 1999
Premio Discografico Diapason d'Or de l'année 1998-1999
Negli anni ’50 del secolo XVI a Roma un gruppo di aristocratici napoletani cominciò ad organizzare delle serate accademiche, con la partecipazione di alcuni musicisti di diversa estrazione sociale, nel corso delle quali si eseguivano danze e arie “alla napolitana”: queste canzoni pseudopopolari erano chiamate villanelle, e cominciavano ad essere in gran moda non solo a Roma, ma in altre città lontane dal luogo di origine. A queste serate partecipava, tra gli altri, il compositore fiammingo Orlando di Lasso, che aveva avuto a Napoli i suoi esordi professionali ed aveva conosciuto in quella città molti degli aristocratici-musicisti che si erano rifugiati a Roma in seguito ai moti antivicereali del 1547.
Il programma di questo concerto - parte di un progetto più ampio sulla storia della villanella alla napolitana nei secoli XVI e XVII intrapreso dal Centro di Musica Antica di Napoli con la casa discografica Opus 111 - è concepito come la ricostruzione ideale di una serata accademica dei nobili napoletani esiliati intorno alla metà del Cinquecento. Si è cercato quindi di evitare la classica antologia di canzoni, che ha reso celebre il genere grazie al geniale recupero da parte di Roberto De Simone negli scorsi decenni, dividendo i brani in sezioni, corrispondenti ai temi più diffusi nei giochi accademici del tempo. Accanto alle tre voci, che occupano un registro medio ma ciascuna con la propria individualità, sono stati scelti due gruppi di strumenti con preciso significato : gli strumenti a fiato (zampogna, bombarde e flauto col tamburo), evocazione sonora del “popolare” e soprattutto dell’ambientazione contadina della “villanesca”; e il gruppo degli strumenti a corde più tipici della Napoli del primo Cinquecento : liuto, chitarrino a 4 cori (che era chiamato ”bordelletto alla napoletana”) e l’insolita lira da braccio, strumento dei mitici cantastorie della corte aragonese.
Il programma inizia con la prima “villanella”, anonima, della stampa di Lasso del 1555, che fu probabilmente concepita appunto come momento di avvio di un gioco musicale di villanelle (Credo sia meglio ca se risolvemo / farle sentire qualche villanella....) come una prima gara di citazioni di canzoni famose della generazione più antica. Seguono in ordine una sezione di villanelle di argomento amoroso e dal testo a doppio senso(probabilmente le più arcaiche e vicine all’origine del genere, dal tema della giovane “villanella” innamorata). Quindi le villanelle onomatopeiche di diverso soggetto (metamorfosi di animali, piante e giardini e così via) e le scatenate moresche e danze turchesche, collegate nella Napoli del ‘500 non soltanto con l’immagine popolare dei pirati barbareschi ma soprattutto con le danze dei travestiti.
Lo splendido Lamento del principe Sanseverino e di Donna Isabella (probabilmente composto da Fabrizio Dentice e diffuso da numerose fonti posteriori alla morte del principe) è posto nella parte conclusiva a conferma della natura illusoria dell’allegria di una serata di esuli, che inutilmente tentano di soffocare la nostalgia e la tristezza cantando e ballando. Il Lamento è eseguito “a rispetto” dalle due voci, secondo una tecnica che è ancora oggi diffusa nella tradizione orale dell’Italia meridionale.
Come una tipica serata accademica, il gioco sonoro si conclude con la danza di tutti i partecipanti: nel nostro caso la Spagnoletta, che ebbe proprio a Napoli una diffusione ampia a fine Cinquecento, ma i cui moduli più arcaici si riconoscono anche nel repertorio vocale e perfino nel Lamento del principe, e con un’ultima villanella, “Ho vist’una marotta fa ‘na danza”, nel testo fantastico della quale sono ricordati gli emblemi araldici di varie famiglie napoletane.
Prof. Dinko Fabris
(Dipartimento di Musica Antica di Bari)
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