Patrizia Bovi canto, arpa gotica, tromba medievale
Goffredo Degli Esposti flauto bicalamo, cennamella, cornamusa
Gabriele Russo viola, ribeca, tromba medievale
Gabriele Miracle tamburello, naccarini
Simone Sorini canto, liuto
La musica in Italia ebbe, durante il tardo medioevo, un notevole sviluppo parallelamente all’affermarsi delle società comunali, come quella importantissima di Firenze, e delle prime signorie, come gli Scaligeri a Verona. In questi ambienti, da cui provengono le musiche di questo concerto, fiorì una grande arte, detta Ars Nova, che rinnovò lo stile, sulla spinta teorico-pratica della vicina Francia tardo-gotica, innestandosi sulla pratica della monodia e del cantus planus binatim.
Innanzitutto va menzionata la spinta propulsiva dell’Università di Padova (e quella di Verona dal 1339), fertile terreno di illustre produzione intellettuale, da cui uscirono quei teorici-trattatisti trecenteschi come Marchetto, Prosdocimus, Antonio da Tempo, e non ultimo il veronese Gidino da Sommacampagna, funzionario della corte scaligera e autore del Tractato de li rithmi volgari sulla poesia per musica (senza dimenticare che il Veneto fu il più importante centro italiano per la raccolta dei testi e la produzione di manoscritti della lirica trovadorica del XIII secolo).
In seguito l’area di produzione e diffusione si spostò verso le più “libere” società comunali del Centro Italia, prima fra tutte Firenze, all’epoca certamente capitale della produzione artistica e culturale.
Così, pur continuando a prevalere l’anonimato per una buona parte della produzione musicale, incominciarono ad emergere i primi nomi di compositori, tutti, o quasi, provenienti da ambiente clericale (l’unico capace di dare un’educazione completa, teorica e pratica nell’arte della musica): Gherardello da Firenze, Lorenzo da Firenze e poi il più famoso e prolifico, il grande Francesco Landini, di cui ci rimangono oltre 150 composizioni (su un totale di circa 600 dell’Ars Nova conservatesi).
La maggior parte di questi compositori lavorò soprattutto sulla ballata, espressione artistica per eccellenza di unione fra parola e musica; nata all’inizio del Trecento come canto monodico legato al ballo, la ballata passò in seguito, specie nell’elaborata esecuzione polifonica, a genere di puro ascolto, il cui soggetto cantato era prevalentemente l’amore e i temi a lui collegati.
Importante è il riferimento alla Francia sia nel simulare lo stile francese di canto (per esempio in Amor mi fa cantar alla Francesca - cioè “alla francese”), sia nell' uso del “senhal”, un’antico artificio dei trovatori per nascondere il nome della donna nei versi della poesia (Francesca in Amor mi fa cantar a la Francesca, Giovanna in Che ti Çova nascondere).
Anche il madrigale, che nacque proprio in questo periodo, fu utilizzato per cantare l’amore, insieme a temi agreste-pastorali ed argomenti celebrativi; ma il madrigale fu abbandonato, nella seconda parte del secolo, forse perché considerato troppo rustico e primitivo, per dare spazio alla più agile e ritmica ballata.
Le poche musiche strumentali per danza (ne sono conservate solo 15 in un codice ora al British Museum di Londra) si articolavano in lunghe istampite, dal carattere improvvisativo, ed in brevi ed incisivi saltarelli, sia binari (alla “tedescha”), che ternari, come quelli ancora in uso nella tradizione popolare del centro Italia.
Dalle cronache del tempo sappiamo che molti giullari suonarono le musiche per le danze che animavano la vivace società trecentesca italiana e che molti poeti-musicisti si cimentarono nel creare ballate e madrigali, magari improvvisando “a braccio”.
Luoghi d’incontro in cui la musica era indispensabile, erano spesso i convivi, le cene, le feste, e soprattutto i giardini, luoghi isolati dal turbinio degli scontri politici dei cittadini, al riparo da guerre e pestilenze, come racconta per esempio, Giovanni Boccaccio nel suo “Decamerone”.
Goffredo Degli Esposti
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